Nel dibattito sul sistema elettorale attualmente in corso, segnalo l'articolo di Giovanni Sartori comparso domenica sul Corriere della Sera, e il nuovo, ennesimo, neologismo in -ellum che contiene fin dal titolo "Io lo chiamerei Bastardellum". Ho già evocato rapidamente la questione degli -ellum con base negativa, e credo che qui Sartori si riferisca principalmente al carattere ibrido e compromissorio dell'Italicum, la proposta di nuova legge elettorale prodotta dall'accordo tra Renzi e Berlusconi. Quello che mi interessa, però, qui è soprattutto la diacronia del suffisso e dei suoi derivati. Nell'articolo, infatti, Sartori si attribuisce la paternità sia di mattarellum che di porcellum, ossia i nomi, ormai consacrati della legge elettorale attualmente in vigore e della precedente. Come ho già notato in altre occasioni, mattarellum (come tutti gli -ellum successivi) deriva dallo pseudo-accusativo latino presente nella frase "habemus Mattarellum" con cui lo stesso Sartori annunciava, sempre sul Corriere della Sera, il 19 giugno 1993 l'allora nuova legge elettorale. Lo schema in -(ell)um ha avuto rapidamente abbastanza successo, tanto è vero che già la legge elettorale per le elezioni regionali del 23 febbraio 1995 venne chiamata, sempre dal nome del suo promotore, il tatarellum. E tra il mattarellum e il porcellum ci sono stati diversi -ellum, alcuni dei quali ho riportato nei miei precedenti post. La legge elettorale attualmente ancora in vigore, al momento della sua approvazione, ha ricevuto anch'essa un nome costruito su quello del suo promotore. La prima attestazione di calderolum si trova infatti sul Corriere della Sera del 10 settembre 2005, ma il nome decisamente di maggior successo è, ovviamente, porcellum. Che a quanto pare, però, non è stato creato da Sartori, bensì dallo stesso ministro Calderoli e dai suoi collaboratori, almeno stando a quello che lui stesso affermava in un'intervista alla Stampa del 18 marzo 2006 (che è anche la prima attestazione giornalistica della parola): “[c]he la riforma elettorale sia una porcata? Certamente. Lo si sapeva fin dall'inizio. […] Nelle riunioni preparatorie io la chiamavo affettuosamente Porcellum”.
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mercoledì 29 gennaio 2014
lunedì 20 gennaio 2014
pregiudicatellum
Il suffisso -ellum (ne ho parlato anche qui e qui) continua, senza sorprese, ad essere uno dei più prolifici nel linguaggio politico. Agli amanti di neologismi, ad esempio, non sarà sfuggito il titolo di testa della versione on line del Corriere di oggi pomeriggio, in cui si diceva che Grillo ha criticato l'italicum, proposto da Renzi sulla base dell'accordo con Berlusconi, definendolo un pregiudicatellum. Ma negli ultimi giorni sono comparsi o hanno avuto un'esplosione anche altri -ellum, come, ovviamente, il renzellum, ma anche, visto che per un periodo c'è chi ha caldeggiato il modello spagnolo, lo spagnolum. Tra i neologismi citati, italicum è quello che mi lascia più perplesso. Già la scelta della base è bizzarra: perché proporre un nome che fa riferimento, genericamente, all'Italia? Perché no, certo, ma il principio di questi neologismi, e della maggior parte delle parole derivate in genere, è di presentare il maggior grado possibile di distintività (da cui, per esempio, la scelta del nome del politico che le ha proposte). A meno che il nome non sia stato scelto ad arte dallo staff di Renzi, o di qualche altro partito per dare alla nuova legge elettorale "una certa aria di nobiltà", come suggerisce ad esempio il Fatto Quotidiano. Fatto sta che italicum è, secondo i principi che presiedono alla formazione di nomi di leggi in -ellum, piuttosto deviante, e appare accettabile soprattutto in virtù del fatto che si tratta di una parola già esistente in latino. Pregiudicatellum è decisamente migliore, se non fosse per il fatto che supera di ben due sillabe il formato preferito per gli -ellum. Questa osservazione mi ha fatto scoprire che l'altro ieri, due giorni prima di Grillo, qualcuno aveva già lanciato su Twitter l'hashtag pregiudicatum, migliore dal punto di vista sillabico, ma che ha il difetto di non contenere la sequenza -ell-.
martedì 11 giugno 2013
datagate
Lo scandalo che sta travolgendo in questi giorni l'amministrazione Obama, in seguito alle rivelazioni del Guardian, è stato ribattezzato datagate. Il blog Terminologia etc. fa notare come la parola in questione, anche se costruita con elementi originariamente inglesi, è a tutti gli effetti una creazione italiana. Se, infatti, cerchiamo datagate su Google la quasi totalità delle prime pagine che otteniamo sono pagine di giornali italiani, e, ancora più sorprendente, quando si cerca la parola "datagate" sul sito del Guardian non si ottiene alcuna risposta. Leggermente più usata sembra essere, in inglese, la forma Prismgate, ma anche in questo caso non la si trova usata in nessun grande mezzo di comunicazione anglofono. Compare, invece, in qualche tweet anglofono o comunque in usi individuali. PRISM è il nome con cui lo scandalo è noto negli Usa e negli altri paesi anglofoni, e corrisponde al nome in codice attribuito dal governo statunitense al programma di spionaggio che è all'origine dello scandalo. Nelle attestazioni che ho trovato in inglese, sia di datagate che di prismgate, la sequenza finale sembra riferirsi al significato letterale di 'portale', 'cancello', ad esempio in nomi commerciali.
Il blog Terminologia etc. si chiede quale sia l'origine dell'italiano datagate. La rivelazione dello scandalo da parte dei giornali americani e britannici risale al 6 giugno scorso. Già l'indomani datagate compariva nei titoli di diversi quotidiani italiani (ad esempio la Repubblica). Ovviamente, è difficile stabilire con esattezza chi l'abbia usata per primo, ma, in particolare grazie a Twitter, possiamo cercare di abbozzare una mini-diacronia della parola. Compare, ad esempio, in un lancio dell'Ansa del 7 giugno (alle 10,02), anche se la primissima ad averla usata sembra essere la Stampa, ad esempio in questo tweet del giornalista Marco Bardazzi che si chiede quale, tra data-gate, web-gate e prism-gate, sia la denominazione più appropriata per lo scandalo (facendo riferimento anche al suffissoide -leaks). Sta di fatto che oggi, cinque giorni dopo, quando si cerca datagate (solo in italiano) su Google si trovano già più di un milione di pagine.
Quanto alla forma di questa parola, non è certamente la prima ad essere costruita interamente in italiano con materiale inglese. Nel sito di neologismi della Treccani, ad esempio, si trovano forme come baby-boss o baby-bomber che sono certamente italiane (bomber, poi, in inglese non ha neanche il significato calcistico di 'cannoniere'). E' interessante, però, che con -gate, che pure è disponibile con parole italiane, si sia scelto di usare la base inglese data. Da una parte, certamente, c'è il fatto che la parola si riferisce a un fenomeno statunitense (e anch'io, se non fosse stato per il blog citato, avrei giurato che fosse stata coniata in ambito anglofono), dall'altra che -gate, in quanto elemento non autonomo di origine inglese, mantiene quest'ultimo tratto, almeno come sfumatura, e preferisce legarsi, se possibile, a parole inglesi, così come i prefissoidi o suffissoidi greci o latini prediligono, quando esistono, le varianti colte delle parole a cui si legano (come in germanofilo o anglofono, per intenderci).
domenica 26 maggio 2013
Porcellinum
Negli ultimi giorni si è parlato molto del Porcellinum, ossia la versione modificata del Porcellum che il Governo si appresta a far discutere in Parlamento. Solo nell'ultima settimana Google News registra 658 attestazioni della parola. Del Porcellum, e dei suoi simili, avevo già parlato qualche settimana fa. Naturalmente, per ora, più del contenuto della legge, ancora oscuro, mi interessa la parola che la designa. Visto il significato (una versione edulcorata della legge elettorale in questione), Porcellinum è chiaramente un diminutivo di Porcellum. Che io sappia, però, è un rarissimo caso, in italiano, di diminutivo in cui il suffisso non è attaccato alla fine della radice, ma in mezzo. Se guardiamo le altre parole latine (o pseudo-tali, come Porcellum), che finiscono in -um o anche in -us, infatti, le strategie per creare dei diminutivi (ma anche degli accrescitivi o qualsiasi altro tipo di derivati) sono due: attaccare il suffisso direttamente alla fine della parola (e infatti per me albumino o autobussino sono assolutamente normali, ma su Google ho trovato anche cactus(s)ino, rebus(s)ino, referendumino o vademecumino), oppure eliminare le sequenze - che in latino corrispondevano alle desinenze del nominativo singolare - -um e -us, 'italianizzando', per così dire, il derivato. Così, sempre su Google troviamo diversi esempi di referendino, memorandino, e anche qualche cactino… Quest'ultima strategia, poi, è quella usata di preferenza nell'italiano più normativo, in cui si dice referendario, virale o juventino. E indica che nella nostra lingua le sequenze in questione, se non corrispondono ovviamente più ad alcuna terminazione flessiva, sono comunque sentite come quasi-desinenze, o comunque hanno uno status intermedio tra una desinenza vera e propria (come -o o -a, ad esempio) e una sequenza che fa parte di una radice. Segnalo, tra l'altro, che in spagnolo hanno più o meno lo stesso problema con le parole singolari o invariabili che finiscono in -s (che normalmente è la desinenza del plurale). In questo caso la soluzione prescelta è identica a quella che ha dato vita a Porcellinum, si inserisce il suffisso diminutivo all'interno della radice, per cui si ha lejitos dall'avverbio lejos ('lontano') e Luquitas dal nome proprio Lucas.
Ma ritorniamo al nostro Porcellinum. Pensandoci, quella prescelta è in realtà l'unica opzione per dare un diminutivo accettabile a Porcellum. Eliminare semplicemente la sequenza finale -um, infatti, darebbe un diminutivo identico alla parola porcellino già esistente in italiano, mentre porcellumino sarebbe, da una parte, assai lunga, e dall'altra mancherebbe di quel suffisso -um che, come ho già osservato, è indispensabile per designare il nome di una legge elettorale. Il fatto, poi, che porcellino esista indipendentemente in italiano come diminutivo di porcello, ossia la base di Porcellum, non fa che motivare ulteriormente il suo diminutivo. E per finire, segnalo anche che questa strategia di formazione di diminutivi di Porcellum ha dato vita, almeno, anche a Porcellonum e a Porcellettum.
giovedì 11 aprile 2013
Le "arie"
Oggi si svolge la votazione on-line indetta dal Movimento 5 stelle per il candidato alla presidenza della Repubblica, che sui giornali e sui mezzi di comunicazione on-line è già stata battezzata quirinarie. E' solo l'ultimo esempio dell'uso di un nuovo suffisso che la smania di consultare "il popolo" (preferibilmente di Internet) su tutto ha fatto nascere. Lo scorso dicembre lo stesso M5S ha organizzato le parlamentarie per i propri candidati alla Camera e al Senato, e ancora prima aveva organizzato delle comunarie (o sindacarie), etc. Naturalmente, quando parlo di "nascita di un suffisso", esagero un po', il suffisso -ario esisteva già in italiano, e ancora prima in latino, principalmente per formare aggettivi di relazione a partire da nomi, ed è la forma dotta del suffisso -aio (o -aro in alcune varietà regionali). Nei casi citati, però, si è avuta un'estensione del suffisso, che in questo caso forma nomi che possono essere solo al femminile plurale e che significano, a grandi linee 'scelta tramite votazione di uno o più candidati ad un'elezione per una carica pubblica'. Perché il femminile plurale è chiaro: tutte queste parole sono calcate su primarie, che a sua volta è una contrazione dell'espressione elezioni primarie (perché poi in italiano, e anche in altre lingue, nel significato di 'votazione con cui si eleggono le persone che devono rappresentare una collettività o ricoprire una carica' - come dice il Grande dizionario italiano dell'uso - elezioni possa essere usato solo al plurale è un'altra questione, che non tratto qui). A sua volta, ho la quasi certezza che questa espressione sia un calco dell'inglese primary election. Le elezioni primarie sono infatti un'istituzione principalmente anglosassone, e soprattutto americana. Apprendo da Wikipedia che le prime sono state organizzate dal Partito Democratico (americano) nel 1847, e le prime in Italia dall'allora Unione di centrosinistra nel 2005. Ma veniamo alla nascita e alla diffusione del suffisso. Estrapolare dalla parola-modello uno schema per costruirne di nuove è abbastanza naturale, visto che essa stessa contiene un suffisso. Anche il passo da primarie a parlamentarie è breve, visto che per quest'ultima parola esiste già un quasi omonimo che è parlamentare. Le parlamentarie sono perciò le elezioni con cui si designano i candidati ad essere parlamentari (con magari una rianalisi di primarie come le elezioni per designare il candidato a premier?). Una volta che le parlamentarie sono state indette e che la nuova parola era stata creata, la via per la nascita di altre -arie era aperta. Oltre a quelle citate, ho trovato diversi altri esempi, spesso scherzosi, su Internet. Intanto, Beppe Grillo ha definito le primarie del PD delle buffonarie, per sottolineare il fatto che le uniche primarie serie erano quelle del suo movimento, mentre lo stesso PD ironizzava sul suo sito Web sulle berlusconarie, ossia la "scelta" o meglio l'imposizione del candidato premier del PDL. Con lo stesso spirito, quello di sminuire le elezioni primarie di un partito utilizzando il nome del suo leader, ho trovato anche le bersanarie, le grillarie e le dipietrarie, ma ho trovato anche le presidentarie, le camerarie e le senatarie. Per tornare un attimo alle quirinarie, quello che distingue questa parola dalle altre è il fatto che qui la base (Quirinale) è troncata. Ci sono, mi sembra, due ragioni per questo: da una parte, la porzione eliminata (-ale) ha anche lei la forma di un suffisso, e dall'altra si sa che le lingue sono refrattarie alle sequenze troppo lunghe di suoni identici o simili (e quindi alle troppe r e l che ci sarebbero in quirinalarie).
Un'ultima osservazione per finire: in tutti i casi citati, quelli scherzosi e quelli no, si tratta di parole che non hanno una vera necessità funzionale nella lingua. Per tutte le elezioni (vere o presunte) in questione si sarebbe potuto semplicemente parlare delle "primarie per il Quirinale" o "per il Parlamento". Ma il fatto di avere una parola specifica per ogni fenomeno anche minuscolo, soprattutto in politica, è, secondo me, uno degli elementi che la lingua dei giornali ha trasmesso alla comunicazione quotidiana e che si sta diffondendo in maniera esponenziale attraverso Internet. In questo caso, da una parte c'è senza dubbio la ricerca della brevità e della formula concentrata, e dall'altra c'è il desiderio di avere un nomignolo, una denominazione arguta e divertente che si manifesta anche in altri casi.
domenica 3 febbraio 2013
-ellum: aggiornamento
Dopo aver finito di scrivere il post precedente, ho scoperto per caso che la legge elettorale della Toscana è chiamata, con una buona dose di ironia, il cinghialum. Mi sono reso conto, allora, che, focalizzandomi sui nomi dei politici come basi potenziali per derivati in -ellum, avevo sottovalutato perlomeno un aspetto, che è la connotazione negativa che il termine porcellum si porta dietro (che, se era presente, era assai meno forte nel prototipo mattarellum). Così, con una rapida ricerca su Internet ho scoperto un certo numero di -ellum, perlopiù dispregiativi, costruiti su nomi di animali, in particolare simili al maiale, come maialum, suinum (o suinellum), scrofellum, ma anche sciacallum. Ho trovato anche un buon numero di -ellum che hanno unicamente un intento dispregiativo, con basi che evocano già di per sé idee negative, e guarda caso in molti casi la base termina già in -ello: bordellum, macellum, pasticcium, pastrocchium, sfracellum, truffellum (o truffarellum).venerdì 1 febbraio 2013
-ellum
Approfittando di un articolo del direttore di Radici Rocco Femia a proposito della legge elettorale ho appena pubblicato sul blog del giornale un post sulla parola porcellum e sul suffisso relativo che è un aggiornamento di quello che avevo già scritto cinque anni fa sull'argomento, nel periodo in cui veniva proposta (lo avevo dimenticato) una delle tanti variazioni alla legge stessa che, in onore dell'allora segretario del Pd, era stata chiamata veltronellum. In quel post avevo identificato gli elementi principali di questo nuovo tipo di costruzione in italiano, di cui è difficile prevedere il successo a lungo termine e la durata ma che per ora sembra avere una certa produttività. Certo, ci sarebbe da sperare che la politica italiana non fosse interamente incentrata sul sistema elettorale, che dovrebbe rimanere un dettaglio tecnico appannaggio di qualche specialista di diritto. Fatto sta, però, che è così, e che questo ha permesso la nascita, nella nostra lingua, di un suffisso dal significato tanto specifico da designare non soltanto una legge, ma addirittura una legge elettorale. Con buona pace di chi vorrebbe restringere il novero dei significati che possono essere espressi da una costruzione lessicale a poche istruzioni semantiche generali valide per tutte le lingue a livello universale…
Nel post di cinque anni fa avevo già identificato la genesi, la diffusione e le caratteristiche principali dei nomi di leggi in -ellum. Dal punto di vista puramente linguistico, le principali restrizioni che pesano su questi derivati sono il fatto di avere il nome di un politico come base (anche se esiste qualche eccezione), e, in virtù del prototipo che è mattarellum, di avere quattro sillabe e finire per -ellum. Come è normale per formazioni di questo tipo, il risultato finale è il meglio che si può fare per rispettare le restrizioni qui sopra a partire da una certa base. Ad esempio, se in un nome sono già presenti due l si può transigere sulle quattro sillabe (mastellum, porcellum, gli esempi sono quelli del 2007), se invece un nome ha già quattro sillabe si può rinunciare alle due l (ma ovviamente non a -um: calderolum, berlusconum), altrimenti si prende la base e si aggiunge -ellum. In cinque anni il suffisso non ha avuto una produttività enorme (i nomi di leggi elettorali concepibili non sono poi infiniti), ma, rispetto ai nomi di cinque anni fa sono riuscito comunque ad ampliare il campionario, e tutti gli esempi confermano le osservazioni che avevo fatto allora. Tra le novità che ho trovato, ci sono, ovviamente, quelle costruite sui nomi di politici, bersanellum, casinellum, montellum, napolitanum, scilipotum, dipietrellum, ingroiellum, prodellum, rutellum; ma anche regionellum e comunellum (o sindachellum) per le elezioni, rispettivamente, regionali e comunali, e infine pidellum, dal nome del PD e carroccellum per la Lega Nord.
mercoledì 30 gennaio 2013
Africanistan
Grazie alla guerra francese in Mali è comparsa recentemente anche in Italia l'espressione Africanistan, che fa riferimento al rischio che il conflitto duri diversi mesi o anni, senza risolvere realmente la situazione. Si tratta, ovviamente, di una parola macedonia costituita da Africa (o anche da africano) e da Afghanistan. Insomma, il Mali come l'Afghanistan della Francia. Non sono riuscito a trovare esattamente l'origine di questa espressione, ma è sicuro che si trova, ad esempio, in alcuni siti africani francofoni già dall'estate scorsa. E' possibile che sia nata quindi in francese. Naturalmente, la sua creazione è stata facilitata non soltanto dal fatto che si possono unire la sequenza -an- di africano e quella di Afghanistan, ma anche dall'iniziale comune Af-. Ancora meglio ha fatto l'Economist, che ha titolato la copertina del suo numero della settimana scorsa Afrighanistan, che anche graficamente è più vicino ad Afghanistan. E' difficile dire quale delle due forme sia la più diffusa in inglese, ma è certo che esiste anche Africanistan. In italiano, invece, la forma con la c mi sembra avere avuto più successo, forse anche perché quella con la g ricorda troppo la pseudo-pronuncia africana che oggi è assai poco politically correct.
In questo caso il (se così si può dire) suffisso -(i)stan rimanda unicamente ad Afghanistan e sta a significare, appunto, una guerra lunga, inconcludente e che consuma chi la conduce. Originariamente, però, -stan è un suffisso persiano che significa 'terra', 'paese' e, come si sa, è usato nei nomi di diversi paesi e regioni dell'Asia centrale (anche abbastanza recenti come Pakistan). Wikipedia ha un'entrata specifica per questo suffisso e elenca qualche decina di nomi di paesi, reali o fittizi, che lo contengono. Tra quelli inventati uno dei più famosi è Londonistan, creato per riferirsi alla comunità islamica di Londra, ma se andiamo a cercare sulla Rete troviamo diversi altri -(i)stan, tra cui ad esempio Parisistan, Berlinistan o, per restare a casa nostra, Milanistan e anche Italistan.
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